Stiamo forse, tutti noi, vivendo in un quadro di Edward Hopper?

Hopper

Eppure siamo nel XXI secolo

Città silenziose, strade deserte, palazzi colmi di solitudine. Ecco quello che percepiamo oggi, città che ci rivelano un volto a noi sconosciuto, spaventoso, svuotato della sua normalità. Eppure siamo sempre nel XXI secolo, quello delle grandi metropoli brulicanti, quello delle Sardine che riempiono piazze, dell’allegra movida, dei teatri pieni e delle domeniche in città affollate. Vorrei prendermi questo spazio per pensare insieme a voi come oggi ci troviamo in una situazione che ieri non immaginavamo nemmeno possibile. 

Quando i quadri diventano realtà

A tal proposito mi viene in mente un artista americano: Edward Hopper. Non tanto per la solitudine che spicca nelle sue opere, sicuramente presente, ma piuttosto per la discrepanza tra il periodo storico-sociale che il pittore vive e i suoi quadri metafisici, ipoteticamente irreali. Ecco, oggi quel “ipoteticamente” non è più tale. Stiamo forse, tutti noi, vivendo in quadro di Hopper? Edward Hopper, pittore statunitense, è considerato un esponente del realismo americano che penetra, con le sue opere, nella solitudine dell’“American way of life”. Compie, nella sua vita, tre viaggi in Europa e viene affascinato in particolare da Parigi e i suoi artisti. Nel 1933 ci fu la sua prima retrospettiva al Museum of Moder Art di New York. Morì nel 1967, aveva 84 anni.

Come reagiamo senza la nostra dose quotidiana di normalità?

Hopper ci racconta la solitudine dei luoghi solitari ma, ancora di più, la solitudine, tagliente, dei luoghi che dovrebbero essere affollati. Come d’altronde le mille immagini che circolano sui giornali. Firenze deserta, un velo di spietato silenzio è calato sulla città. Tutto è pieno di un vuoto disarmante. Come reagiamo al vuoto? All’assenza? Il vuoto, considerato come mancanza di vita, risulta spaventoso. Ma, oggi più che mai, dovremmo considerarlo come il suo opposto, come un infinito spazio che può essere colmato. Potrebbe far meno paura. Siamo mai stati abituati a vivere in bilico, a colmare dei vuoti, per un arco di tempo così lungo? È una buona occasione per riconsiderare i nostri valori, le nostre priorità. Tutto quello che era normale adesso diventa “vietato” da D.P.C.M. che continuamente vengono emanati. 

Finestra di notte, Hopper, 1928

Hopper

Questa immagine rappresenta tutti noi, quando alla sera, affaticati da una lunga giornata passata in casa, ci apprestiamo a rintanarci nelle nostre coperte. Diventiamo, come Hopper, tutti un po’ voyeur, perché l’unico svago che possiamo concederci è sbirciare il nostro vicino dalla finestra, mentre magari cena con la famiglia. 

È il momento di cercare le risposte dentro di noi

Le cose quotidiane: un letto, il nostro tavolo da studio, le case, non sono più cose ovvie, diventano segni misteriosi di una vita altra. Riconsideriamo tutto ciò che di futile, prima, ritenevamo indispensabile, e forse, usciremo da questi giorni un po’ più saggi, con qualche certezza in più.  Crediamo di aver perso il controllo, ma siamo sicuri sia proprio così? Questo è il momento di soppesare la nostra esistenza: chi sono? Sono felice di quello che sono? Chi mi è caro? E allora, dopo aver riflettuto, ci accorgeremo che, sì, qualcosa forse potrà mancarci, ma il resto è tutto dentro di noi. 

La speranza

Quello che possiamo imparare da questi affascinanti quadri è che, nonostante il vuoto, la solitudine, le distanze, c’è sempre una luce di speranza. Forse, cari lettori, che sia lì la chiave di tutto?

 

Forse non sono molto umano. Il mio desiderio era di dipingere la luce del sole riflessa sul muro di una casa.

– Edward Hopper

A cura di Eugenia Tafi

Una risposta a “Stiamo forse, tutti noi, vivendo in un quadro di Edward Hopper?”

  1. sabiana brugnolini dice: Rispondi

    Grazie Eugenia per questa analisi semplice e acuta.
    La solitudine forzata è un limite, perché impedisce la dimensione sociale così profondamente umana, ma può trasformarsi anche in un’opportunità: per capire meglio chi siamo e dove stiamo andando. Tutto ciò che viviamo oggi – il rischio sanitario, la chiusura delle fabbriche, delle scuole, delle attività produttive, la normalità “svotata” – è certamente un male. Tuttavia, averlo vissuto può consentirci di tornare al bene (quando sarà) più consapevoli e anche più saggi: per esempio circa i nostri bisogni e circa i bisogni del nostro pianeta.
    Questa è la scommessa: che anche dal male si possa imparare qualcosa. Perché, in caso contrario, sarebbe la vera tragedia: che tutto questo male sia inutile.

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