…e colui che l’ha scritta.

Come già preannunciato, questa parte dell’articolo tratterà dell’autore del libro di cui ho parlato il mese scorso e dell’ottica in cui si inserisce la sua produzione. 

La ricerca matematica in Inghilterra prima di Hardy  

Prima di Hardy, infatti, nonostante in Europa continentale ci fosse una grande attività di ricerca matematica pura (come ad esempio in Francia, Germania e Italia), la situazione inglese era radicalmente diversa: esisteva una scuola brillante in matematica applicata e che, nel settore della ricerca tradizionale, sopravviveva in algebra ma, purtroppo, era arrancante in analisi. Di fatto, ciò era in parte dovuto alla concezione di una formazione matematica vissuta come competizione da studenti e insegnanti, con esami come il Mathematical Tripos che saggiavano le capacità dei discenti piuttosto che le motivazioni che li spingevano allo studio di un settore e che venivano vissuti come fine della preparazione anziché come mezzo per verificarla. Pertanto, i candidati vincenti spesso non si sentivano realmente spinti ad avviare ricerche per problemi “stuzzicanti” di alto livello e, di conseguenza, la ricerca arrancava. In questa situazione, si inserisce l’opera del già citato matematico inglese.

Godfrey Harold Hardy: brevi note biografiche 

Hardy nacque nel 1877 in una famiglia di insegnanti: il padre era segretario amministrativo e insegnante di arte alla scuola di Cranleigh, mentre la madre era stata direttrice del Lincoln College, una scuola di tirocinio per insegnanti; entrambi avevano inclinazione per la matematica. Quest’affinità venne trasmessa in modo naturale anche al figlio, che ne diede prova fin dalla più tenera età: come viene riferito nella biografia scritta da uno dei suoi pochissimi collaboratori, infatti, già a due anni contava fino a numeri molto grandi (dell’ordine di grandezza del milione) e, quando doveva andare a messa, si divertiva a scomporre in fattori i numeri degli inni.  
Questa bravura, però, si contrapponeva ad un carattere estremamente schivo e a un’acuta timidezza già in età molto giovane. Egli stesso scriverà che, da bambino e studente, non provava alcuna passione per la matematica ma che, anzi, l’idea che si era fatto della carriera di un matematico era quanto di più lontano da ciò che definiva “nobile”, in quanto concepiva la materia come un mezzo per primeggiare sui compagni, in termini cioè di borse di studio ed esami. Doversi presentare in pubblico, davanti a tutti i suoi compagni, per ritirare i premi per lui era intollerabile, vista la sua timidezza.  
Grazie alla sua bravura nella materia, a dodici anni ottenne una borsa di studio per il Winchester College, che all’epoca era considerato il migliore istituto d’Inghilterra per la formazione matematica e, in seguito, entrò al Trinity College a Cambridge nel 1896.  

Nel 1898 fu quarto Wrangler (cioè si classificò quarto nella prima parte del Mathematical Tripos) e due anni dopo passò anche la seconda parte, ottenendo la nomina a fellow. Rimase a Cambridge fino al 1919, quando gli fu offerta la Savillan Chair of Geometry a Oxford, dove restò fino al 1931, anno in cui fece ritorno a Cambridge. Questa volta scelse di fermarsi fino al 1947, anno della sua morte, dopo la convalescenza da una trombosi alle coronarie nel 1939 che gli impedì di trascorrere al meglio gli ultimi anni e un tentativo di suicidio qualche mese prima del decesso, avvenuto il primo dicembre.

Meriti del matematico inglese 

A Hardy si deve il merito di aver riformato la matematica inglese apportandole quel rigore che, tipico della ricerca in matematica dell’Europa continentale, mancava così disperatamente da quella britannica, la cui tradizione era sostanzialmente relegata alla matematica applicata, in tributo alla reputazione di Newton. Questa era la strada che si era tracciato non appena il suo mentore, ovvero il professor Augustus Edward Hough Love, gli fece leggere il Cours d’Analyse di Camille Jordan, in preparazione alla seconda parte del Tripos, opera che influenzò profondamente la sua produzione indirizzandola verso quel settore da lui definito matematica pura, anche in relazione al suo odio per la guerra e per le applicazioni della materia ad usi bellici e militari. Nonostante il suo disdegno per l’applicazione della disciplina e il suo sogno di una matematica pura e svuotata dalle applicazioni, a lui si devono anche risultati applicati ad altri campi della scienza come il principio di Hardy-Weinberg, formulato indipendentemente dai due studiosi nel 1908, che costituisce uno dei principi base della genetica di popolazione e come la formula asintotica di Hardy-Ramanujan (1918), che permette di calcolare con buona approssimazione il numero di partizioni di un numero naturale (ovvero, di modi in cui scrivere un generico numero naturale come somma di numeri naturali) e che è stata largamente utilizzata in fisica. Dal punto di vista della sua produzione scientifica, Hardy è noto per i suoi contributi fondamentali all’analisi e alla teoria analitica dei numeri, in cui ha risolto problemi aperti e schiuso nuove vie di ricerca.

Curiosità e collaborazioni importanti 

Personaggio eccentrico, impassibile e socially awkward per tutta la sua vita, di lui il professor Charles Percy Snow ha scritto nella prefazione all’Apologia che “aveva qualcosa del divo” ma anche che “era il classico antinarciso”, in quanto non sopportava il proprio riflesso, odiava la tecnologia e trovava poco piacevole conoscere nuove persone. Inoltre, Hardy è stato a tratti politicamente coinvolto se non un attivista, specie durante la prima guerra mondiale. Era ateo e si definiva da solo “omosessuale non praticante”, avendo avuto, escludendo le amicizie strette, poche relazioni platoniche con uomini giovani che condividevano la sua sensibilità e, spesso, il suo amore per il cricket. Tra i pochi affetti intensi, si possono annoverare i suoi due collaboratori più importanti, ovvero John Edensor Littlewood e Srinivasa Ramanujan. Con il primo, nel 1911, intraprese una collaborazione molto fruttuosa, simpaticamente codificata da una sequenza di assiomi, come ci si può aspettare da due matematici di quel livello; uno di questi stabiliva che nessuno dei due avesse l’obbligo di rispondere (o di leggere) quello che gli scriveva l’altro. Questa collaborazione terminò con la morte di Hardy, ma fu una delle più intense e proficue relazioni “alla pari”. Il secondo, invece, viene definito dallo stesso Hardy come “the one romantic incident in my life” ovvero “l’unica vicenda romantica della mia vita”. Ramanujan iniziò a collaborare con G. H. (scrivo così immedesimandomi nelle persone che non avevano abbastanza confidenza con l’autore da chiamarlo per nome) nel 1913. Questa relazione durò fino al ritorno in patria del matematico indiano, nel 1919. 

A cura di Marco Ravenna, il Pesce Chirurgo

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