13 Reasons Why – Lato B

Lato B

  Dicevamo, siamo sicuri che Hannah Baker sia la protagonista della storia? È vero e innegabile che il suo personaggio sia poco credibile, ma non è lei il fulcro della storia. La serie non si chiama “Hannah Baker: Che Vita Di Merda”, ma “13 Reasons Why” proprio perché il centro della storia non è lei, ma l’ambiente che la circondava, l’indifferenza(prima) e il negazionismo (poi) del personale scolastico, delle cattiverie dei suoi compagni, della loro noncuranza, della loro indifferenza o del loro eccessivo senso di responsabilità. Insomma, non è la suicida a venire raccontata, ma il mondo attorno ad un suicidio, sia prima che dopo il suo avvenimento. Ma andiamo con ordine.

  Le 13 ragioni che Hannah individua non sono i 13 responsabili del suo suicidio, sono i 13 tasselli che hanno portato la sua vita ed essere un continuo disagio, al punto da non essere più sopportabile. È vero, Hannah è una ragazza superficiale, molto ingenua e spesso causa stessa dei suoi mali, ma chi di noi che abbiamo passato l’adolescenza, può dirsi onestamente di non essere mai stato così? Quelle tredici ragioni, ad un occhio esterno, possono sembrare banali, stupide e facilmente evitabili, e magari lo sono. Ma per una ragazzina di 17 anni sono il mondo.

  Se avessero voluto parlare solo del punto di vista di Hannah l’intera stagione sarebbe durata la metà, o anche meno. Un po’ perché Clay è una fava, come ho già spiegato, ma principalmente perché c’è un motivo se ogni ragione ha il suo episodio dedicato, coi suoi protagonisti e i suoi retroscena, proprio perché il punto di vista finora inascoltato (ma anche inespresso molte volte) di Hannah è solo il mezzo attraverso cui scopriamo il mondo in cui viveva. I ragazzi che la giudicavano, gli amici che non ci pensano due volte a voltarle le spalle, quelli che la escludono dal proprio gruppo pur sapendo di lasciarla sola, il ragazzo imbranato quanto lei che non riesce a farsi avanti proprio come lei, il personale scolastico che pur avendo sotto gli occhi il disagio in cui viveva la ragazza non ha mosso un dito. Questo è il vero protagonista della storia, il contesto, tutte quelle piccole gocce che messe insieme diventano un peso insostenibile, specie quando si è giovani, e quanto tutto ciò sia evitabile, sia da parte nostra che da parte degli altri.

  Leggendo qua e là ho addirittura scoperto che esiste una petizione (su change.org, quindi utile quanto il tasto “condividi” nei siti porno) tutta italiana in cui si propone che la visione di 13 Reasons Why venga resa obbligatoria nelle scuole… al di là che forse, per la scuola, sarebbe più utile il libro, ma va beh, mi pare si stia cagando un po’ fuori dal vaso. Come ho spiegato prima, la serie è ben lungi dall’essere perfetta, è sicuramente una bella serie per un pubblico adolescente che può immedesimarsi di più, ma nelle scuole c’è bisogno di altro.

  In conclusione, anche se può sembrare che il Lato B sia meno lungo e argomentato del Lato A, ho trovato la serie più positiva che negativa. Sebbene le imperfezioni siano così evidenti sono per lo più dovute alla storia originale, quindi dal libro, il cui titolo originale era Th1rteen R3asons Why (un 32enne che intitola il suo libro con numeri al posto delle lettere ci fa capire che non siamo proprio davanti ad un lavoro da Umberto Eco), ma la storia funziona, gli attori principali, per lo più sconosciuti al grande pubblico, hanno dato una grande prova delle proprie capacità e la regia è ottima e funzionale. Poi, diciamocelo, se la scena del suicidio nell’ultimo episodio non vi ha smosso di un capello non avete capito niente nella vita proprio.

  Chiaramente non ci troviamo davanti al nuovo Breaking Bad, ma non credo di esagerare quando dico che 13 Reasons Why è un’ottima serie per adolescenti e la consiglierei caldamente.

 

A cura di Leonardo Delli Zotti, il Riccio

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