Joker, la triste risata del nichilismo

Gotham, la città-simbolo dove Bob Kane decise di avviare l’universo fumettistico di Batman nel 1939, è invasa da ratti e dalla spazzatura abbandonata per le strade a causa dell’ennesimo sciopero e la disoccupazione costringe giovani ed attempati a rimanere senza niente da fare. È una città che risente molto delle atmosfere anni ’70/’80, set ideale per ambientare Joker, diretto e co-sceneggiato da Todd Phillips, e provocatoriamente premiato a Venezia col Leone d’Oro; dovremmo trovarci a New York, in quella anni ’80 o in quella d’oggigiorno. Potrebbe essere, in realtà, una qualsiasi città devastata di quel decennio, visti gli opportuni omaggi/suggestioni del regista a un capolavoro come Taxi Driver (1976) oppure le  citazioni possibili da Re per una notte (1982) o da Toro scatenato (1980), e quelle invece effettive, date dalla presenza di De Niro nel ruolo di Murray Franklin, un conduttore televisivo. Un ulteriore marcatore temporale è garantito dall’insegna di un cinema che ha in programma Zorro the Gay Blade di Peter Medak (1981).

Ci troviamo in una Gotham devastata? E quale miglior ingresso del “salvatore” Batman/Bruce Wayne? Non questa volta: mettendolo per un attimo da parte, qui l’impegno di recuperare la città dalla devastazione è (o dovrebbe essere) di Thomas Wayne, il padre che sta per candidarsi alla carica di sindaco. La pellicola, a questo punto, sarebbe da considerare come un antefatto molto alla lontana dell’immaginario crepuscolare targato DC Comics. Mr. Wayne e tutto il gruppo finanziario di cui è a capo promettono di bloccare lo sciopero e di risollevare man mano la situazione cittadina: una garanzia agli occhi di molti che sanno cosa vuol dire avere successo e arricchirsi; ma dall’altro lato ci sono i poveri, i disadattati, coloro che non ce l’hanno fatta, che non valgono nulla.

Niente Batman, con le sue ingiustizie da combattere e i criminali da affrontare… o meglio, non ancora: Bruce Wayne è presente, ma è solo un ragazzino del tutto inconsapevole della sua futura metamorfosi nell’uomo-pipistrello. Per una prima metà abbondante di film, in effetti, non c’è nemmeno il pagliaccio psicopatico e assassino, che di Batman sarà una nemesi talmente assidua da essergli quasi “fratello”.

L’effettivo protagonista che domina la scena di un racconto con un piglio molto autoriale (lontano dalla definizione di cinecomic, assegnatogli solo per banali semplificazioni o esigenze di marketing) è il dramma di un uomo affetto da disagio psichico: Arthur Fleck, interpretato da un grandissimo Joaquin Phoenix, calato anima e corpo (letteralmente: si parla di un dimagrimento di più di 20kg) nel ruolo. Arthur aspira ad affermarsi come cabarettista e, tra una seduta dall’assistente sociale e l’ennesimo crollo psicologico, lavora per un’agenzia di clown, cercando di sbarcare il lunario per assistere la madre anziana e malata Penny, con la quale convive nello stesso appartamento e nelle medesime ansie e desideri negati.

L’aspirante cabarettista è una delle vittime di una società meschina che isola tutti coloro che non ce l’hanno fatta per via di sfortune, ingiustizie e traumi psichici. come nel caso di Arthur: è una vittima che assorbe le contraddizioni sociali, non in senso lato come il Travis di Taxi Driver; finisce, infatti, oppresso da quell’arido e impersonale sistema che rende invisibile e ignorato chiunque soffra di disagio o alienazione, salvo poi salutarlo come un eroe (inconsapevole nell’animo del protagonista) quando esplode in una fiera della violenza omicida che colpisce coloro i quali indicano in quello stesso sistema “gli altri” come parassiti e nemici. Arthur è vittima di persone e istituzioni specifiche e reali, che lo rendono quel che è e poi, una volta trasformatolo in rottame, lo ignorano, lo deridono, lo abbandonano, lo dimenticano, lo vogliono solo come un giullare, suscitando per questo compassione e leggera empatia nel pubblico, nonostante gli sfoghi psicotici ed omicidi, specie verso il finale.

Dov’è finito, però, il Joker “agente del caos”, “cane a briglie sciolte” interpretato da un altro immenso attore, Heath Ledger? Semplicemente non c’è, perché ci troviamo in un altro momento della genealogia clownesca, ovvero quella dell’uomo prima del personaggio-emblema: Todd Phillips e Scott Silver (co-sceneggiatore) non sono intenzionati a rifare dalle fondamenta una figura talmente importante da diventare iconica nella cultura pop e nemmeno rievocare il disadattato Travis di quarant’anni prima. Il loro Joker ha vita e forza espressiva proprie, soprattutto per merito di Phoenix, che scava in lui scavando nel proprio corpo, come per ridurlo a niente. E quel niente lo si ritrova nel nomignolo che la madre gli affibbia, “Happy” e nel suo compito che dovrebbe ricoprire: rendere felici gli altri, spingerli al riso. Ma la sola risata di cui faccia esperienza è quella triste, compulsiva, insensata, orribilmente vuota che gli squassa il petto e gli stravolge il viso quando è colto da un’emozione. Quel vuoto sociale in cui si trova immerso, segnato da angoscia e solitudine, è dato dal fatto che gli chiedono di sorridere e lui sceglie forzatamente di farlo nonostante il dolore. L’ispirazione eccezionale di Phoenix sembra proprio essere dettata non dall’alienazione del suo alter ego scenico, ma dal tentativo di ignorarla, di fingersi normale e persino contento, di rimuovere la sofferenza.

Gli elementi che potrebbero segnare a lungo il successo e il riconoscimento di Joker nella storia del cinema sono due: anzitutto il dramma del protagonista su cui si sostiene tutta la pellicola, un dramma che potrebbe essere vissuto da una qualsiasi persona in una città occidentale del 2019, nella quale a tutti è richiesto di andare avanti come se nulla fosse, ignorando i guai, la povertà, le umiliazioni, nascondendo l’insoddisfazione e la rabbia dietro il sorriso. Forse è in questo Joker, plasmato da Phoenix e Phillips, che si coglie l’archetipo originale del nichilismo, abbozzato soltanto nello stereotipo del clown, personaggio tristissimo proprio perché costretto a mimare la gioia.

Il secondo, ma non per questo meno importante, elemento si potrebbe ritrovare nella costruzione della sola coprotagonista del film, anonima, drammaticamente senza volto perché quasi sempre coperta con la maschera del clown: la folla, la massa, la popolazione di Gotham che sceglie di eleggere il clown assassino (suo malgrado e del tutto impotente di fronte a questa elezione, di certo non agognata) a proprio eroe; che ne riproduce le fattezze in maschere che somigliano molto a quelle di V per Vendetta e agli attacchi e alle devastazioni delle tante periferie alienate e alienanti (benché il regista abbia negato a più riprese precisi rimandi a situazioni sociali attuali). Tra quelle maschere, colpo di genio ironico nella tragedia personale di Arthur, potrebbero esserci molti di quelli che lo avrebbero tormentato e forse persino alcuni che lo hanno fatto davvero.

Veniamo lasciati all’epilogo del film in un’esplosione di folla inferocita, in una protesta sociale seguita, ma non cavalcata, dal clown – eroe delle masse furiose, cariche d’una violenza senza prospettive, che fanno di Joker una maschera tragicomica e moderna, simbolo di una rabbia cieca e senza guida politica.

 

A cura di Giacomo Giuri, collaboratore.

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