C’era una volta a… Hollywood: una lettera d’amore al cinema

L’ultimo film di Quentin Tarantino, l’attesissimo Once Upon a Time in Hollywood, è finalmente arrivato anche in Italia, pur se con un ritardo di circa due mesi rispetto alle uscite internazionali. Questo lavoro si presenta come la nuova pellicola storica del regista, che cala la vicenda nella Hollywood degli anni Sessanta e riprende le vicende legate alla famigerata Manson Family, molto sentite ancora oggi dalla comunità hollywoodiana.

Once Upon a Time…

Il protagonista è l’ormai quasi decaduto attore Rick Dalton (Leonardo DiCaprio), star incontrastata del western televisivo e che adesso deve fare i conti con l’età e con una carriera ormai senza sbocchi. Ad accompagnarlo, letteralmente, per tutto il film abbiamo Cliff Booth (Brad Pitt), suo grande amico nonchè stuntman e tuttofare dell’attore. Parallelamente alle vicende dei due, facciamo conoscenza anche con i vicini di casa di Dalton, ovvero Sharon Tate (Margot Robbie) e il regista Roman Polanski (Rafał Zawierucha). La storia di Tate e del marito funge da cornice storica e ci viene raccontata lasciando presagire la ben nota tragedia avvenuta a Cielo Drive il 9 agosto 1969.

 Tarantino parla di ciò che ama

Sin dalle prime scene appare subito palese che il film è un vero e proprio tributo d’amore di Tarantino alle sue passioni, per non dire fissazioni, legate al vecchio cinema western, alla musica rock psichedelica del periodo e in generale al mondo della Los Angeles anni Sessanta. Lo si vede nelle scene con DiCaprio e Pitt in macchina con la radio ad alto volume o nelle carrellate di tutte le varie insegne al neon di cinema, diners e locali notturni della città. L’esempio principe però rimane quello della fantastica sequenza in cui vengono mostrate le varie locandine di spaghetti western e film italiani di serie B in cui ha recitato Rick Dalton.

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Alcuni assaggi dei meravigliosi film fasulli a cui Rick Dalton/Di Caprio prenderà parte nel film. I titoli dicono tutto…

 Le performance

A regalare alcuni momenti davvero memorabili nella pellicola sono le stupende scene di metacinema in cui DiCaprio/Rick Dalton interpreta il classico antagonista di turno nei lungometraggi a cui prende parte. I ruoli che l’attore ricopre sono sempre quelli di personaggi malvagi e senza scrupoli. In alcune scene è palese il richiamo a un altro grande villain tarantiniano interpretato dallo stesso DiCaprio: Monsieur Candie in Django Unchained. Inaspettatamente, però, è Brad Pitt nella parte del rilassatissimo Cliff Booth a rubare spesso la scena, dando vita a un personaggio che grazie al sua modo di fare, alla sua calma e al suo innato carisma riesce persino a surclassare il suo collega vincitore di un Oscar.

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Da menzionare il bellissimo rapporto tra Booth e il suo cane, un pit bull adorabile e costantemente affamato.

Il film, oltretutto, offre anche una serie di interpretazioni da parte di grandi attori che, pur avendo una parte secondaria o terziaria, danno il meglio di sé: Al Pacino come il produttore Marvin Schwarz o Kurt Russel nel ruolo del coordinatore degli stunt Randy o Dakota Fanning nei panni della rossa Squeaky, un membro della famiglia Manson. Meno brava Lorenza Izzo come Francesca Capucci, la moglie italiana di Dalton: probabilmente è una critica un po’ di parte, ma l’attrice risulta veramente poco credibile quando parla in italiano.

 Film storico sì, ma…

Nel corso della vicenda si trovano continue allusioni alla sempre più imminente tragedia di Cielo Drive, che illudono lo spettatore di poter prevedere quali saranno climax ed epilogo del film. La suspense comincia ad aumentare sempre di più in particolare durante la sequenza ansiogena in cui un timer scandisce ore, minuti e secondi che precedono l’irruzione della famiglia Manson. Quello che però la pellicola non suggerisce è il twist in perfetto stile tarantiniano che troviamo sul finale e che dona una sapore completamente nuovo all’intera storia.

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Per certi versi il film richiama Bastardi Senza Gloria, altro film del regista con un twist storico non da poco sul finale.

In conclusione, si può dire che C’era una volta a… Hollywood sia una grande lettera d’amore di Tarantino al cinema old school e alla Hollywood dei tempi andati. Con questo nono (e forse penultimo?) lavoro, in sostanza il regista riesce ad aggiungere un nuovo tassello al suo ricco e variegato mosaico cinematografico.

A cura di Mario Caligiore, il Lupo e Leonardo Delli Zotti, il Riccio

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