Tales of the City e What/If: serie Netflix poco riuscite?

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  Ho iniziato a guardare What/If per caso, direi anzi per sbaglio, mentre di Tales of the City ero più convinta e mi pareva abbastanza buono per dimenticare il primo.
Dal trailer in primo piano sulla mia homepage di Netflix era già intuibile che tipo di atmosfera avesse What/If: la presenza di una donna indipendente, dal carattere forte e carismatico, che assoggetta a sé tutti coloro che le ronzano intorno (in primis i co-protagonisti); ambienti per la maggior parte lussuosi; vicende che prevedono accordi, tradimenti, denaro sporco e segreti; la prima impressione che ho avuto, insomma, è che fosse una specie di 50 Shades of Grey senza sadomasoTales of the City, invece, all’inizio corrisponde a quello che sembra: la storia di un gruppo di persone che hanno vissuto e vivono nello stesso condominio, gravitando attorno alla “padrona” di questo posto, una signora di 90 anni che, però, nasconde qualcosa. Ma andiamo con ordine. 

  What/If (titolo che ben poco ci azzecca con i risvolti della storia a mio parere) ha per protagonista Anne Montgomery, una facoltosa imprenditrice, nonché scrittrice, CEO e venture capitalist. Una donna che sa quello che vuole e che non si fa scrupoli per ottenerlo, tant’è che ricorre senza alcuna remora non solo a contratti scritti ma anche all’erotismo. Renée Zellweger, sua interprete, introduce il primo episodio con un monologo rivolta direttamente alla telecamera, sottolineando una frase chiave di tutta la serie: servono prove per determinare i fatti, soprattutto nel momento in cui si cerca di ottenere qualcosa per il proprio tornaconto. 

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  La donna, infatti, entrerà nella vita di una coppia di sposi, Lisa e Sean, stravolgendola completamente dopo aver stipulato con loro un accordo: Lisa ha trovato una possibile cura per alcuni malati speciali di leucemia ma non ha il sostegno finanziario che servirebbe per poter brevettare la scoperta e diffonderla. La Montgomery si dice disposta a sostenere la causa ma in cambio chiede di passare una notte con Sean. La coppia finisce per accettare, convinta di poter superare questa intromissione nella loro vita matrimoniale e da ciò si origina il resto dell’intreccio, che vede anche altre due side stories: quella del fratello di Lisa, Marcos, omosessuale e anche lui con un segreto da nascondere; e quella della coppia di amici di Sean, composta da Angela e Todd: la prima tradisce il marito con il proprio capo al lavoro, mentre il secondo è collega e amico di Sean, oltre a essere a conoscenza del suo passato non proprio candido. 

  Tales of the City, invece, ha tutto un altro mood (e il titolo è abbastanza coerente con quanto mostrato). Mary Ann Singleton ritorna a Barbary Lane, a San Francisco, per i 90 anni della proprietaria del particolare condominio al numero 28. Qui infatti vivono persone di ogni genere e età che in tanti anni hanno creato una sorta di famiglia allargata, con al centro la signora Anna Madrigal. L’anziana, tuttavia, porta con sé da moltissimi anni rimorsi fino a quel momento messi a tacere e ora riportati a galla da alcuni biglietti minatori. Mentre si sviluppa questa faccenda, che poi vedrà tutti gli abitanti di Barbary Lane riuniti, seguiremo le storyline di ogni singolo inquilino: la figlia adottiva di Mary Ann, Shawna, interpretata dalla splendida Ellen Page (che vale da sola la visione della serie); la coppia queer composta da Jake e Margot; la coppia omosessuale di Michael e Ben; i due gemelli Jennifer e Jonathan; e ancora altri che si aggiungeranno lungo la via, rimanendo con Anna fino alla fine. 

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  Inaspettatamente per me, queste due serie hanno diverse similitudini.
Innanzitutto, ogni cosa e ogni personaggio di ciascuna serie gira attorno alla rispettiva donna protagonista. Due donne che, oltre alla quasi totale omonimia, hanno in comune soldi, lungimiranza e intelligenza. Di entrambe potremo approfondire in maniera più o meno diretta il passato e quali eventi e traumi le hanno cambiate per sempre.
In secondo luogo, sembra che nelle produzioni Netflix, ormai, non possa più mancare una componente LGBT+. Sono assolutamente a favore dell’inclusione della comunità LGBT+ all’interno di prodotti pop di questo tipo, non fraintendete, tuttavia ritengo che tale inclusione, se non viene fatta come si deve, sarebbe meglio non averla affatto.  

  In What/If, la coppia gay tra Marcos e Lionel non ha praticamente alcun nesso con la vicenda principale, se non il segreto che nasconde Marcos alla sorella. Ci vengono mostrate scene di sesso inutili lungo tutta la serie ma quelle tra loro sono ancora più insignificanti ai fini di trama. La cosa si fa ancora più accentuata se aggiungiamo il fatto che i due avranno un threesome con Kevin, altro personaggio per nulla utile se non per sballarsi di funghetti (ops, spoiler. For real).
In Tales of the City, invece, gli etero sembrano creature rare. Tutti a Barbary Lane, tranne pochissime eccezioni, appartengono alla comunità LGBT+. È abbastanza irrealistico, statisticamente parlando, trattandosi di un condominio di 4/5 appartamenti. Il caso di Tales of the City, tuttavia, è particolare: anche se durante la serie non sembra assolutamente esserci alcuno scopo di denuncia, dall’ottavo episodio appare chiaro che la tematica LGBT+ sia una delle principali della serie.  

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  La cattiva narrazione e costruzione degli eventi, infatti, è il terzo fattore in comune fra le due miniserie. Se è vero che i nodi vengono al pettine quando ormai è troppo tardi, è anche vero che non si possono risolvere questioni rimaste sopite per 50 anni in soli tre episodi, dei quali uno è un flashback, l’altro la risoluzione del segreto, l’ultimo un epilogo. In Tales of the City, quindi, tutti questi personaggi dalle storie travagliate legate all’essere “diversi” sono stati difficili da gestire, tanto da allontanarsi dalla linea principale per la maggior parte del tempo.
Per quanto riguarda What/If, il mistero dietro alla corruzione e ai soldi voleva essere il motore di ogni cosa, ma qualsiasi interesse creato nello spettatore va perso con le scene di sesso, anche in questo caso inutili ai fini di trama, e con inquadrature e riprese al rallenti che vorrebbero sottolineare tale fascino misterioso. L’errore, qui, è stato concentrarsi troppo sul voler rendere Anne Montgomery una figura di potere attraverso simbologie banali e frasi fatte, sperando di poter recuperare qualcosa con le side stories ma finendo comunque col lasciare perplessi. 

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  What/If termina con un finale piuttosto aperto, infatti lascia tranquillamente spazio ad una seconda stagione, che però potrebbe non avere gli stessi protagonisti (secondo quanto dichiarato dall’autore, potrebbero semmai esserci gli stessi attori impegnati però in ruoli diversi per una storia parallela). Non lascia per nulla soddisfatti: poiché alcuni eventi e rivelazioni sono dei cliché plateali, è facile intuire come andrà a finire. Si rimane perciò con un senso di noia difficile da mandar giù.
Tales of the city, invece, nonostante la conclusione affrettata, riesce a giustificare in parte ciò che abbiamo visto fino a quel momento (anche se risulta ancora un tantino eccessiva una tale rappresentanza di persone queer ma si può sorvolare), quindi il finale dà abbastanza soddisfazione. Inoltre, è più apprezzabile anche per l’aver scelto alcuni interpreti dichiaratamente omosessuali o non binari, come Ellen Page o Garcia (interprete di Jake, che è un ragazzo trans), e per aver presenti tra loro altri famosi rappresentanti della comunità come Bob the Drag Queen, vincitrice di una delle stagioni di RuPaul’s Drag race e Fortune Feimster. Di gran lunga più consigliata quindi, poiché, nonostante tutto, realizzerete di esservi affezionati anche voi a Barbary Lane, così come succede con numerose altre serie in cui un luogo a significato tanto per coloro che lo hanno frequentato a lungo. 

 

Alessia Trombini

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