Pokémon: Detective Pikachu, come tornare bambini nel giro di una pellicola

  I giochi della nostra infanzia hanno sempre un valore particolare, intrinseco nelle piccole statuine e mattoncini di plastica con cui passavamo i pomeriggi, sempre a creare nuovi universi da solcare con la nostra immaginazione, con la mente libera e senza limiti di un bambino. Quando si tratta di videogiochi si può dire senza problemi che l’esperienza sia stata la stessa. Abbiamo tutti, in varia misura, passato pomeriggi a far muovere figure di varia forma attraverso uno schermo e come prima usavamo le nostre piccole mani. Lo facevamo però attraverso un mezzo troppo complesso per noi, che non comprendevamo e che per questo ci affascinava sempre di più. In un modo che sfuggiva alla nostra comprensione, eravamo in grado di vedere concretizzate le nostre fantasie, messe insieme dai pixel di un tubo catodico e ci sembrava che non potesse mai e poi mai diventare meglio di così. Con gli anni ci siamo resi conto che è ancora possibile stupirci come ci succedeva un tempo.

  Pokémon: Detective Pikachu era sicuramente il film che tutti più ci aspettavamo di vedere in questa prima metà del 2019, secondo ovviamente solo rispetto ad Avengers: Endgame. Mentre quest’ultimo risale velocemente la classifica delle pellicole con maggiori incassi nella storia, la produzione congiunta nippo-americana vede impegnate insieme Legendary Pictures, The Pokémon Company, Toho e Warner Bros., per la regia di Rob Letterman, verso la realizzazione del primo effettivo film in live-action dell’universo Pokémon, tratto dal videogioco omonimo rilasciato su Nintendo 3DS nei primi mesi del 2016.

 

La copertina del videogioco, disponibile da un paio di anni per Nintendo 3DS.

 

  A Ryme City, una città in cui uomini e Pokémon vivono in armonia gli uni con gli altri, aiutandosi nella vita di tutti i giorni, il giovane Tim (Justice Smith) viene a contatto con un esemplare di Pikachu molto particolare (Ryan Reynolds). Si tratta del vecchio compagno di lavoro del padre del ragazzo, scomparso in un incidente solo una settimana prima dei fatti, e stranamente i due sono in grado di capirsi a vicenda! La coppia, non senza qualche iniziale difficoltà e battibecchi, si imbarca nella risoluzione di un caso che assomiglia sempre di meno a una semplice scomparsa di persona e che rischia di mettere in pericolo il mondo di uomini e Pokémon nella stessa maniera.
  La trama si sviluppa in maniera estremamente lineare e, per quanto molti abbiano criticato questa scelta, è facile intuire come si sia cercato di far confluire la totale attenzione dello spettatore in quella che è l’estetica della pellicola. Un’atmosfera che è capace di prendersi poco sul serio pur all’interno di una storia dalle tinte gialle (no pun intended) risulta efficace per un film il cui target può essere anche molto giovane, pur senza influenzare la visione di un pubblico più adulto. Come da titolo, il taglio dato alla storia ricalca la struttura tipica di una detective story, attingendo dal genere hard boiled ma connotandolo con una linea molto più leggera e spensierata, una sorta di soft boiled. Come è canonico ormai nel topos narrativo, assistiamo a interrogatori di testimoni e informatori alla ricerca di nuove informazioni chiave e sopralluoghi dalle circostanze rischiose, in strutture protette da un numero spropositato di guardie. La ricerca costante di prove sempre più tangibili porta infine alla risoluzione del caso e la resa dei conti. Il culmine è dato dal colpo di scena che porta alla scoperta dell’antagonista e dal successivo confronto finale, lo scontro con colui che ha messo in moto la vicenda. Sotto questo punto di vista, ci troviamo davanti a una storia molto fedele al videogioco da cui è ispirato che però va a correggere la natura episodica del titolo per Nintendo 3DS per meglio adattarlo al grande schermo e renderlo a tutti gli effetti un prodotto a sé stante.

 

Un esempio della resa su pellicola di Pikachu, in pelo e ossa (e cappellino)!

 

  Pokémon: Detective Pikachu è anche, più in generale, un omaggio al mondo dei mostriciattoli tascabili in tutto il suo complesso, a partire dalle piccole creature che fanno la loro apparizione nella pellicola. Il Pikachu parlante con il cappello da Sherlock Holmes, tanto per iniziare, è molto ben realizzato a livello di computer grafica e risulta tremendamente espressivo e naturale nei suoi movimenti. Inoltre, i suoi comportamenti con il giovane allenatore e il suo distintivo verso in una particolare scena strizzano l’occhio allo spettatore più “vissuto” e gli regalano momenti di pura commozione.
  L’attenzione dedicata alla creazione di una scena il più possibile vivida e realistica non si ferma però qui. Il film si è premurato di riempire ogni inquadratura con tonnellate e tonnellate di Pokémon diversi, presi a piene mani da varie generazioni, per creare un’ambientazione in linea con la fantasia di un mondo popolato da queste adorabili creature. Non stancano, né risultano “pesanti” di CGI: sono realistici, creati per essere coerenti con l’animale a cui sono ispirati e di conseguenza ricoperti di piume, peli o squame. Ogni esemplare popola il proprio habitat prediletto, nei sobborghi della città come nelle zone più rurali o boschive, comportandosi esattamente come le descrizioni stilate dal Pokédex che abbiamo letto cento e anche mille volte da bambini. Anche caratterialmente parlando, possiamo trovare esempi sia di Pokémon socievoli, che amano stare a stretto contatto con gli umani, che di altri schivi, organizzati in piccole famiglie e lontani da elementi antropici di qualunque genere.

 

Quando la lattughina più adorabile di sempre è apparsa per la prima volta nel film, il mio cuore stava per piangere.

  Lo spettatore si ritrova facilmente coinvolto in una vera e propria mini-avventura durante la visione, con l’obiettivo di scovarli e identificarne il più possibile, esattamente come ci viene chiesto di fare all’interno dei giochi fin dai primi titoli per console portatile.
  Non è tutto. Gli occhi più attenti si accorgeranno, sullo sfondo, di riferimenti a luoghi ed eventi citati nelle cartucce per Gameboy, importanti per le trame di quei giochi ma poco più che semplice cronaca per il film, come anche un paio di cameo della ugualmente longeva serie animata.

  Nel complesso, Pokémon: Detective Pikachu si rivela essere all’altezza delle aspettative, smentendo le critiche di chi riteneva ancora troppo lontana la possibilità di vedere un buon connubio fra live action e computer grafica. Il film accontenta grandi e piccini, avvicina fan vecchi e nuovi, offrendo emozioni positive, semplici e genuine, come di un bambino che gioca.

A cura di Carlo Lucca, la Salamandra

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