I lupi mannari nei film: evoluzione e presentazione di una delle creature della notte più famose

I feel my blood boil,

I feel my spine coil,

My hair is ripping,

My mind is tripping”[…]

(Rob Zombie – Werewolf Baby!)

Con queste parole, il regista horror e musicista Rob Zombie descrive la metamorfosi di un essere umano in un lupo mannaro, una trasformazione dolorosa e brutale tanto per chi la subisce quanto per chi si ritrova davanti ai suoi occhi una bestia di due metri e dieci, assetata di sangue e in grado di percepire perfino il battito cardiaco della sua preda. Ma è sempre stato così?

Una maledizione senza fine?

Dalle leggende sui versipellis (lupi mannari dell’antica Roma) fino a quasi tutta la filmografia horror contemporanea, la licantropia viene vista e presentata, sul grande e piccolo schermo, come una maledizione, quasi una malattia con cui il protagonista o, molto più spesso, l’antagonista deve fare i conti, pianificando attorno ad essa tutta la sua vita, dalla scuola al lavoro alle uscite con gli amici. Riuscireste ad immaginare di dover rinunciare a un appuntamento con la ragazza dei vostri sogni perché proprio quella notte c’è la luna piena? Di sicuro la ragazza in questione vi darebbe del lunatico (pessimo gioco di parole, lo so) oppure, se siete in un film degli anni Novanta, dello “stramboide”, salvo poi scappare nel bel mezzo di un bosco buio per non finire sotto le zanne di un mostro che ha fatto storia e stragi.

Da Howling (1981) a Ginger Snaps (2000), i lupi mannari cercano di portare avanti la loro vita come se fossero ancora dei semplici esseri umani, cercando di ignorare che è in atto una loro trasformazione non solo fisica, ma anche mentale, che li spinge ad isolarsi dal resto della società per salvaguardare la salute di chi li circonda, incapaci di accettare questa trasformazione per quello che è e senza vederne gli aspetti positivi, che molto raramente vengono messi in risalto in questo tipo di film.

Un caso limite di questa tendenza è un film passato in secondo piano: La Metamorfosi del Male, film horror statunitense del 2013, diretto da William Brent Bell e scritto da Matthew Peterman. In questo caso assistiamo alla presentazione della licantropia come una malattia genetica molto simile ad una malattia rara, se non fosse che, nelle notti di luna piena, il soggetto vada in modalità berserker e si metta a squartare campeggiatori con la forza di un orso. 

Non sempre, però, la licantropia è stata presentata come una malattia. Se prendiamo come esempio la saga di Underworld, vediamo che i lupi mannari, chiamati lycan, vengono usati come cani da guardia per proteggere i vampiri durante le ore diurne. La cosa sembrerebbe anche funzionare, se non fosse che gli schiavi, trasformati in figli della luna, si ribellano e usano la loro nuova condizione come un’arma per muovere guerra contro i loro precedenti padroni, considerando questa natura sovrannaturale come un dono. E non hanno tutti i torti: sono immortali, immuni alle malattie e ai veleni, non invecchiano mai e vantano una forza sovrumana. L’unica pecca sembra l’impossibilità di indossare gioielli in argento. Underworld non è però l’unico film che cerca di dare un aspetto positivo all’essere un lupo mannaro. Prendiamo ad esempio Wolf, pellicola del 1994 con Jack Nicholson. Nicholson interpreta Will Randall, caporedattore di una casa editrice newyorkese il quale, attraversando di notte una strada in mezzo alla neve, si ferma a soccorrere un lupo da lui investito, venendo morso nel tentativo. Subito il protagonista va all’ospedale, dove i medici si limitano a medicargli la ferita: chi mai si aspetterebbe quello che verrà dopo? Will, infatti, sperimenta dei cambiamenti del tutto inaspettati: è più competitivo, marca il territorio sul posto di lavoro urinando sulle scarpe del suo rivale, riesce a percepire il profumo di un collega entrato nella redazione quindici minuti prima e, addirittura, odora il whisky che un suo collaboratore ha messo nel caffè la mattina… parlandogli al telefono! Certo, l’ultimo caso è esagerato anche per un film sui lupi mannari, ma comunque Wolf non manca di descrivere anche quegli aspetti negativi legati alla luna piena presenti in tanti altri film: iperaggressività, peluria eccessiva, fame di carne umana.

“È una pelliccia quella che ti spunta dalle orecchie?”

Come si presenta ed è stato presentato il lupo mannaro nel corso della storia del cinema, sia nella sua forma reale, che nella sua forma umana? Anche in questo caso, partiamo dalle origini: nelle leggende romane e greche, i lupi mannari venivano descritti come persone in grado di trasformarsi in grossi lupi e così è stato anche nel Medioevo, nell’era moderna e contemporanea, fino all’avvento del cinematografo. È l’anno 1941 e nelle sale statunitensi sta uscendo una pellicola che consacrerà alla storia la figura del licantropo: sto parlando proprio di The Wolfman, scritto da Curt Siodmack e diretto e prodotto da George Waggner. In The Wolfman il mostro altri non è che Lon Chaney Junior, con zanne di plastica, peli extra su volto e mani e orecchie di silicone per dargli un aspetto più ferale. Col tempo si è passati ad abiti di scena e make-up più complessi, fino ad arrivare all’apice dei costumi realizzati grazie agli effetti speciali. Bava finta che gronda da delle fauci mosse con un telecomando, versi ottenuti mixando vari richiami animali e un classicissimo ululato, sommati al lavoro di costumisti che hanno saputo mostrarci cosa voglia dire “paura” sono gli ingredienti base per un costume animato degno di essere usato in un film sui lupi mannari. Anche in questo caso, però, i costumi finiscono per somigliarsi quasi tutti, pur essendo di una varietà enorme: abbiamo il lupo mannaro con le orecchie più grandi, quello con il pelo che ricopre tutto il corpo o solo alcune zone, quello più antropomorfo e infine anche delle vie di mezzo tra un lupo vero e proprio e la creatura ibrida dei film di quarant’anni fa.

Un lupo mannaro non è però tale senza una trasformazione adeguata; e qui la fantasia di registi e costumisti non si è fatta di certo pregare per stupire e traumatizzare il pubblico. La scena di trasformazione più famosa è, senza ombra di dubbio, quella del giovane protagonista del film Un Lupo Mannaro Americano a Londra (1981) che, alla prima notte di luna piena nella capitale inglese, viene preso da un forte dolore alla testa, cade a terra dove si strappa i vestiti, si contorce e inizia a mutare: tutte le ossa del suo corpo si spezzano e riformano, i muscoli si deformano e ricompattano, le articolazioni si slogano e ricompongono, le unghie si spaccano e ne fuoriescono artigli, mandibola e mascella si allungano per ospitare zanne acuminate, le orecchie diventano pelose e larghe, gli occhi si ingialliscono e su tutto il corpo, ora non più umano, compare una pelliccia grigia, insomma: la trasformazione da uomo a lupo è un processo doloroso, per niente gradevole alla vista e a dir poco impressionante e la creatura è rappresentata in modo così realistico che il film resta, ancora oggi, tra i più spaventosi, nonché un must per gli appassionati. Eppure non sempre questa atroce metamorfosi viene mostrata o presentata come dolorosa, basti guardare il film La metamorfosi del male, dove al mostro basta soltanto la presenza della luna piena per perdere ogni contatto con la realtà e cominciare a lasciarsi alle spalle una scia di sangue senza fine, senza neanche avere qualche pelo in più del solito.

Sui lupi mannari nei film si potrebbe parlare all’infinito, dagli anni d’oro ai film più recenti che, pur continuando a portare sul piccolo e grande schermo uno dei mostri più famosi della storia, sembrano far perdere a questa meravigliosa fonte di idee la sua natura foriera di incubi, vertendo sempre di più su un’eccessiva romantizzazione del macabro e dell’orrore.

“Anche un uomo puro di cuore e che la sera recita le sue preghiere, in lupo si può trasformare quando il napello è in fiore e la luna d’autunno è piena.” (Wolfman, 2010). 

A cura di Umberto Viviani

 

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