First Man: il lato umano della missione Apollo

«That’s one small step for (a) man…one giant leap for mankind»

È un’affermazione ancora quotata ai giorni nostri e rimasta nell’immaginario collettivo come il simbolo principale di un lungo e travagliato viaggio. Un punto d’arrivo e allo stesso tempo un punto di partenza speranzoso per la volontà umana di esplorare quell’ignoto che sta oltre la linea dell’orizzonte atmosferico.

Anche per la giovane promessa di Hollywood, il regista Damien Chazelle (autore di La La Land), la storica espressione è un punto fermo e importante che viene mostrato durante la proiezione del suo nuovo lungometraggio, ma che non è di certo l’unico dell’intera vicenda. La storia che il giovane regista statunitense ci racconta ha una sinossi diversa e un epilogo più intimo.

Film d’apertura della 75esima edizione della Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica presso la Biennale di Venezia (uscito ufficialmente nelle sale italiane il 31 Ottobre), First Man (adattamento della biografia First Man: The Life of Neil scritto da James R. Hansen) è incentrato attorno alla vita di Neil Armstrong (interpretato da Ryan Gosling): dalla perdita della sua amata figlioletta Karen, alla decisione di entrare nel programma spaziale Gemini, al conseguente passaggio alla missione Apollo, arrivando fino al celebre allunaggio.

Pertanto, non troveremo dettagliate spiegazioni, più o meno di parte, sulla incredibile corsa verso la Luna in cui si scontrarono gli Stati Uniti e l’Unione Sovietica. No. Quella vecchia storia l’abbiamo già imparata sui libri di scuola.

Il film indaga il lato prettamente umano della pericolosa missione e ne accenna in maniera velata le aspre diatribe governative e sociali che erano nate in quegli anni; la faccia (se si può dire ironicamente: della Luna) rimasta “nascosta”, anche dopo la conclusione del programma spaziale Apollo.

Ad essere al centro della narrazione c’è il punto di vista del protagonista, il suo rapporto con la moglie (interpretata da Claire Foy) e i figli, il profondo legame d’amicizia che crea con i colleghi, il suo modo professionale di trattare ogni singola esperienza; ma anche le paure, le ansie e le frustrazioni di un susseguirsi di prove e lanci spaziali altalenanti e affrettati, costellati da un costante e profondo senso di perdita.

Durante la visione seguiamo le principali vicende dalla prospettiva stoica e volutamente distaccata di Neil, che si alterna con quella preoccupata e ferrea della moglie Janet in un ritmo che si srotola in maniera assai regolare durante l’intera durata del film, distanziandosi nel fatidico momento del lancio dell’Apollo 11, per poi riprendersi solamente alla fine della storia.

Una storia che Chazelle costruisce su silenzi riflessivi e sguardi che trasmettono molteplici sfumature emotive. La sensazione percepita è che: più Neil si avvicina – sia metaforicamente che in seguito concretamente – al Satellite terrestre (che in una scena di test per il LEM, sembra addirittura guardare il nostro protagonista in maniera beffarda) più si distanzia dalla sua famiglia, per paura di perderla. Un riavvicinamento che ritroverà solamente a centinaia di migliaia di chilometri di distanza, vagando sul suolo lunare.

Una nota di merito alla colonna sonora, composta dall’altrettanto giovanissimo Justin Hurwitz (il quale si è occupato anche della creazione delle musiche di La La Land) che accompagna dolcemente la visione con un’orchestrazione perfetta che esplode verso il finale, per poi nuovamente assopirsi e cullarci nelle penultime scene prima dei titoli di coda.

Una delle volontà del regista è stata quella di voler trasmettere allo spettatore la sensazione di costante insicurezza che vivevano gli astronauti sulla loro pelle. Il fatto di essere letteralmente seduti sopra a una bomba ad orologeria o il latente rischio di oltrepassare la pressione creata dalla forza gravitazionale. Queste tensioni sono mostrate attraverso un abile montaggio serrato fatto di primi e primissimi piani che amplificano le emozioni e le angosce, suscitando nel pubblico un senso di claustrofobia.

Chazelle alterna scene di vita quotidiana e affettiva a scene crude e terribilmente realistiche, rappresentate in maniera quasi asettica, in cui si mette in risalto un aspetto fondamentale: il fatto che questi astronauti, prima di essere considerati “eroi” che verranno ricordati dalle generazioni future, sono uomini. Uomini che provano paura, indecisione, rabbia, felicità, stupore e che hanno deciso di mettere più o meno consapevolmente in gioco la loro vita perseguendo principalmente un sogno, una passione.

Un film dove sono protagonisti gli uomini, al di là della nazionalità (è anche per questo motivo che il regista ha deciso di non girare la scena di posizionamento della bandiera statunitense sul suolo del Mare della Tranquillità, suscitando non poche diatribe con parte della critica americana).

E alla ricorrente domanda “A quale prezzo tutto questo?”, forse la risposta ce la da lo stesso Neil: per cercare di comprendere da un’altra prospettiva ciò che umanamente abbiamo sempre conosciuto in un certo modo.

A cura di Elena Miatto, la Civetta

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