Piccoli suicidi tra amici

Ogni popolo ha il suo modo di scrivere e descrivere il mondo, per questo leggere autori provenienti da luoghi e tempi diversi riesce ad aprire uno squarcio nella nostra realtà e ci permette di guardare con gli occhi, il cuore e la mente di una persona con un vissuto diverso. Questo può stranire certo, ma si tratta pur sempre di uno straniamento dovuto alla curiosità che per un momento assimila il nostro punto di vista a quello dell’altro.  

Quando ero una piccola e giovane liceale ho divorato Erodoto e le sue “Storie”, da universitaria ho imparato ad amare la letteratura giapponese ed orientale, ma da un po’ di tempo a questa parte ho sentito l’esigenza di allargare i miei orizzonti, precisamente dirigendomi verso il Nord Europa, così ho interpellato il nostro Riccio, che prontamente mi ha saputo consigliare “Piccoli suicidi tra amici” di Arto Paasilinna. 

(Come si fa a non adorare i libri dell’Iperborea?)

Per poter comprendere al meglio il racconto che prende vita dalle pagine di questo libro, credo sia necessario menzionare le vicende dell’autore. 

Arto Paasilinna, nato in Finlandia nel 1942, ha un passato da guardaboschi, poeta e giornalista. Un finlandese a tempo pieno potremmo quasi dire, che riesce per questo a catturare ed imprimere con estrema chiarezza lo stato d’animo e le vicende del finlandese medio: un uomo di mezz’età, di classe media con una media vita. Certo, questo non vuol dire che una vita media non riservi sorprese o avventura, infatti che questa sia ricercata o meno, si presenta davanti ai personaggi come una possibilità invitante ed è la leva che mette in moto l’ingranaggio della storia. 

(La rassicurante espressione di Arto Paasilinna)

 

Onni Rellonen è pienamente consapevole del suo essere “medio”. Nella sua vita ha provato ad emergere e farsi spazio nella società, ma quello che è stato in grado di collezionare è stata una serie di fallimenti sia a livello lavorativo che sentimentale, così che si trova nella giornata di San Giovanni, Juhannus in finlandese, per tradizione giornata di festa in cui si celebra la luce e il solstizio d’estate, a fare i conti con una vita che di luminoso ha ben poco.  

Come tutti i finlandesi, passa la festa del Juhannus nel suo Mökki, il tipico cottage estivo, sulle rive del lago dell’Ebbro, e in quella giornata piena di luce e di vita, Onni prende la drastica decisione di farla finita una volta per tutte. Da bravo finlandese però l’uomo decide di appartarsi, per togliersi la vita senza fare troppo chiasso e clamore, ma è proprio nell’isolato fienile scelto che trova un’inaspettata sorpresa: un altro uomo ha avuto la sua stessa identica idea e si sta preparando, assicurando una corda al soffitto.  

Da qua una serie veloce di eventi fa sì che proprio Onni Rellonen salvi quello che si rivelerà essere il colonnello Hermanni Kemppainen, uomo col quale non solo instaurerà un forte rapporto di reciproco rispetto ed amicizia, ma con cui avvierà anche il progetto più folle ed ambizioso di tutta la Finlandia. 

Presa coscienza del fatto che in Finlandia il problema dei suicidi sia qualcosa di estremamente serio, decidono di mobilitarsi e far sentire la loro voce e presenza tramite un annuncio sul giornale rivolto a tutti coloro i quali sono così disperati da appellarsi a degli sconosciuti. La mole di risposte che ricevono è impressionante: “in tutto seicentododici, di cui cinquecentoquattordici lettere, novantasei cartoline e due pacchetti”. Una marea di richieste di aiuto che pesa come un’enorme responsabilità sui due uomini, che decidono così di attivarsi e rispondere a tutti invitandoli ad un meeting terapeutico sulla prevenzione del suicidio, organizzato con l’aiuto di una delle voci di quella infinità di disperati, la vicepreside Helena Puusaari. 

Al meeting tuttavia la situazione degenera, così l’incontro volto alla prevenzione e al conforto si trasforma in coro di disperazione e sfocia nell’ organizzazione di un suicidio di massa, perché il suicidio è una cosa seria, merita tanta cura e attenzione quanto la vita e, soprattutto, i finlandesi non operano a caso, i finlandesi quando fanno una cosa, la fanno bene. 

Ed è qua che parte il viaggio, che si estenderà per tutta l’Europa, del gruppo di finlandesi che prenderà il nome di “Morituri Anonimi” alla ricerca del posto più suggestivo per poter mettere fine tutti insieme alla propria agonia.  

(Fotogramma tratto dalla serie tv finlandese tratta dal libro.)

Sicuramente molti di voi, leggendo il tema affrontato in questo libro, avranno già deciso che no, non fa per voi un concentrato nordico di depressione. Niente di più sbagliato, soprattutto perché di pesante in questo libro c’è veramente poco. 

Ciò che più mi ha stupita è stata la leggerezza con cui Arto Paasilinna tratteggia le vicende dei personaggi, tutte più o meno tragiche, che da un lato rendono perfettamente l’apatia nei confronti della vita (e di conseguenza la serietà con cui viene affrontata la morte) da parte dei suicidandi, dall’ altro tengono sveglio il lettore con un’ironia che strappa un sorriso, a volte anche una risata, là dove non dovrebbe essere permesso. 

Eclatante il passo durante il quale i suicidandi iniziano a fare proposte sui metodi esteticamente e poeticamente migliori per morire: uno dei disperati propone di noleggiare tutte le mongolfiere della Finlandia e andare ad affondare al largo dei Fiordi, ma, nonostante tutti riconoscano l’effettivo impatto e lirismo nel morire in un modo così romantico, decidono di non poter attuare tale piano, quanto le mongolfiere sono troppo belle e non se la sentirebbero di privare la Finlandia del volo aerostatico. 

(Bonus: questo è stato il primo libro di Arto Paasilinna tradotto in Corea del Sud! Non sono riuscita a trovare la copertina del libro coreano, ma ho rinvenuto queste tracce sul web.)

 

Tutto il libro è permeato da quell’ironia che allo stesso modo è presente nella vita reale, un’ironia che alleggerisce la tragedia e la rende quasi comica, ma che il gruppo di suicidandi non riesce a vedere, almeno non subito.  

Il racconto parte con una decisione disperata, continua con un progetto folle.  

I personaggi partono per un viaggio alla ricerca della morte, la bramano con tutto il loro essere, niente sembra poter dare conforto alle loro disastrate vite, eppure, durante questo viaggio nato dalla disperazione, nasce inconsapevole il desiderio di vivere: il viaggio per l’Europa allarga i loro orizzonti, l’esperienza li avvicina e li fa sentire meno soli, la vita comunitaria fa loro riscoprire la bellezza e la gioia di vivere. 

E nel finale, la vicenda si chiude tornando su quel proverbio che apre il racconto: 

In questa vita la cosa più seria è la morte; ma neanche quella più di tanto. 

 

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