Zen Circus – Il fuoco in una stanza

  Salve musicofili dello Stato Brado. Oggi si ritorna a parlare di musica, di musica italiana per la precisione. Verso inizio marzo è stato infatti pubblicato il nuovo, decimodisco della band folk-rock e alternative rock toscana più famosa d’Italia: gli Zen Circus. Il nuovo lavoro si chiama Il fuoco in una stanza ed oggi avevo voglia di discuterne un po’, cercando di non annoiarvi troppo, si spera… iniziamo!

È ormai chiaro che con il passare degli anni la band si sia notevolmente evoluta dai tempi dell’acclamatissimo Andate tutti affanculo (2009), rendendo a poco a poco il suo sound vagamente più “pop friendly”. Quello che però non si può certo dire è che gli Zen siano effettivamente scaduti nel commerciale e nel banale, anzi: dal mio punto di vista il precedente lavoro: “La terza guerra mondiale” (2016) è uno dei loro dischi migliori, pur avendo uno stile così diverso da quello di anni fa. Di questo ultimo lavoro invece, ho un parere un po’ diverso.

Stando anche a quanto dicono i vari membri del gruppo, pare che le idee per questo nuovo album siano quasi “piovute dal cielo“. Sembra sia stato un improvviso guizzo di ispirazione a permettere loro di creare 13 track nuove di zecca in tempi veramente molto stretti. In effetti la notizia del loro imminente ritorno e l’uscita su Youtube già da fine gennaio del nuovo brano di punta, “Catene”, sono stati eventi tanto graditi quanto inaspettati.


“se l’amore non so darlo, se non ne so parlare, dentro una chitarra l’ho provato a immaginare”

  La canzone in questione riassume in neanche 4 minuti tutto il nuovo feel dell’album: rimane lo stile scanzonato e orecchiabile del rock a cui la band ci ha abituati da anni, ma lo troviamo in una salsa leggermente più malinconica, espressa molto chiaramente anche dal video ufficiale che presenta il pezzo. L’altro brano di presentazione, la title track, è una toccante ballata che ribadisce ulteriormente questa vena nostalgica. In effetti, se c’è una cosa che ho notato che differenzia Il fuoco in una stanza dagli altri lavori della band è proprio questo cambio di stile e in particolare, di temi. Si tratta forse del lavoro meno “impegnato” della band. Molto più rispetto a prima, gli Zen cantano di giovinezza, di crescita, della vita e delle sue contraddizioni, lanciandosi solo raramente in critiche sociali politiche. Lo spazio dato a ricordi rimpianti e compensato spesso da ritmi veloci ed energici: “Low Cost” sotto questo punto di vista è, per quanto mi riguarda, il pezzo migliore dellalbum. Una canzone che trasuda Zen Circus” da tutti i poripiena di vita nello stile, ma al tempo stesso molto tragica nel suo messaggio. Altro highlight è sicuramente “Emily no”, canzone che, come faceva “Ilenia” qualche anno fa, dipinge il carattere ribelle e carismatico di una figura femminile quasi eroica, di una “Ragazza eroina”, se posso concedermi un piccolo riferimento a un vecchio e iconico pezzo della band.


“La giacca che mi porto addosso non è la pelle di un animale, ma di un amico perso: riscalda ma fa male”

  Tocca parlare poi di un altro paio di pezzi interessanti, soprattutto per il messaggio: “Il mondo come lo vorrei”, che mostra in modo molto ironico scherzoso le idee utopistiche della band e ha una delle conclusioni più simpatiche del disco, e di “Sono umano”, che però francamente avrei preferito fosse più rifinita, specie nella parte finale, lasciata quasi incompiuta.

In generale, almeno per buona parte di esso, il disco dimostra che questo momento di ispirazione di cui Appino e company hanno parlato, abbia dato davvero i suoi frutti. Quello che però non ho potuto fare a meno di notare e che tante volte la band credo si sia fatta prendere un po’ troppo dal ritrovato estro creativo, finendo per inserire nella tracklist pezzi non sempre vincenti. Prima fra tutte “Il rosso e il nero” che ha uno dei testi più deboli dellalbum“cresci bene che ripasso, delle mode sbatte il cazzo” è da pelle d’oca, e non per i buoni motivi. Altro momento non molto riuscito è la ballata di chiusura, “Caro Luca”, che spinge un po troppo in là i toni malinconici, finendo per diventare eccessivamente drammatica e francamente abbastanza noiosa. Da citare poi anche “Questa non è una canzone”, il brano di 8 minuti che si potrebbe considerare il momento più epico, il “climax” dell’album. Un pezzo evidentemente parecchio sentito dalla band, ma che personalmente non riesce a impressionarmi tanto quanto fece nel 2016 un’altra track altrettanto lunga come “Andrà tutto bene”.

Che dire quindi?

Dunque, tirando le somme ritengo Il fuoco in una stanza un lavoro pieno di piccole perle e che sicuramente va ad arricchire la libreria musicale degli ZenNon sempre però lispirazione dà i risultati sperati, e questo è un dato di fatto per questo album, che presenta qualche sbavatura. Nonostante ciò, avendo apprezzato ben oltre metà della tracklist, posso comunque dire di essere più che soddisfatto da quello che presenta la band. Non va scordato in ogni caso che la mia opinione (e quella di un qualunque altro “critico” molto più serio di me) per i componenti del “Circo Zen” è roba di poco conto. Dopotutto sono loro che dal 2009 ricordano “a chi critica, valuta, elogia…” che “l’arte é pensiero che esce dal corpo, né più e né meno come lo sterco” 

Voto: 7

Canzoni migliori: CateneLa stagioneIl mondo come lo vorreiLow costEmily NoPanico

Canzoni peggiori: Il rosso e il neroCaro Luca

 

 

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