Land of the Lustrous: una raffinata gemma in CG

  Chi consuma prodotti d’animazione con una certa saltuarietà si è ormai abituato allo stile convenzionale di disegno e alla complessiva sensazione che esercita sui nostri occhi. In origine la tecnica era molto simile a quella dei primi cinematografi, dove i disegni, fatti rigorosamente a mano, venivano fatti scorrere in rapida successione per creare immagini dai movimenti fluidi. Con il passare degli anni, l’estro creativo ha iniziato a correre talmente forte che altri fattori, ugualmente concorrenti per definire un buon prodotto, non sono sempre stati capaci di stare al suo passo. Pesanti lacune di budget legate all’ingaggio degli artisti e il tempo necessario per completare uno sketch prima ancora di poterlo dire definitivo: questi sarebbero stati ostacoli insormontabili se non fosse esistita la computer grafica. La sua introduzione ha snellito in modo sensibile i costi e consentito di restare nelle scadenze imposte dagli investitori.
Alcuni hanno pensato di adoperare questo trucchetto accessorio per molto più che creare semplici sfondi o figure di contorno. Di quelli che hanno azzardato, però, pochi sono riusciti nel loro intento. 

 

Un esempio di come NON realizzare un’opera in CGI.

 

  Il caso di Hōseki no Kuni rientra senza dubbio nel panorama dei successi. Adattata dell’opera a fumetti con lo stesso nome, disegnata da Haruko Ichikawa, si compone di dodici episodi prodotti dallo studio Orange ed è disponibile in streaming in simulcast su VVVVID grazie alla Dynit. 
  La storia segue le avventure di un gruppo di esseri dalle fattezze umane che portano i nomi di varie gemme e minerali, da cui sono interamente composti. Sono legati da un forte rapporto di fratellanza nonostante le differenze d’età (sull’ordine di grandezza di centinaia di anni) e di durezza, attributi che definiscono le loro mansioni all’interno di questa piccola società. L’idillio della loro piccola realtà però non è duraturo come ci si aspetta: sono frequenti, infatti, attacchi da parte di misteriose entità provenienti dalla luna (“Tsukijin”, letteralmente “uomini della luna”). Questi esseri, anch’essi antropomorfi ma dalla consistenza eterea, giungono, nei giorni di sole, attraversando portali neri dalle strane forme per cacciare le Gemme che incontrano. Nessuno sa per quale motivo lo facciano e neppure che fine venga riservata ai compagni catturati, l’unica risposta sensata è imbracciare le armi e rispondere alla minaccia aliena. L’attenzione è riservata a una Gemma in particolare: Phosphophyllite, che ètra le più giovani e meno resistenti del gruppo. Ha un’indole giocosa e spensierata, poco propensa al duro lavoro, è sempre alla ricerca di una via difuga dalle responsabilità. Sogna di poter combattere fianco a fianco con i suoi fratelli ma, data la sua natura, si rompe facilmente anche sotto il minimo sforzo. La maggior parte delle volte risulta essere solo un impiccio per chi la difende, al punto da far loro rischiare la vita, almeno finché un incontro inaspettato la cambierà a fondo, donandole un potere unico nel suo genere. 

 

Ha o non ha la classica faccia da eroina dei cartoni animati?

 

  In quest’opera la CG la fa da padrona, facendo meritatamente vincere all’anime il premio come Miglior CGI ai Crunchyroll Awards del 2017. Questa particolare tecnica si riscatta dalla sua posizione secondaria scalzando quella del disegno tradizionale. La scelta di realizzare a computer quasi ogni cosa si muova contribuisce a forniremaggiore fluidità di movimentoagli aspetti naturali che popolano il mondo delle gemme, come l’erba mossa dal vento, l’acqua, persino le nuvole nere degli Tsukijin. Non solo: è interessante anche notare, per contro, come la plasticità delle forme umane, che è stata un limite notevole per opere precedenti, venga ora usataa vantaggio della caratterizzazione dei personaggi. Lo spettatore non deve dimenticare di trovarsi di fronte ad esseri che di carne non hanno nulla, privi quindi di una flessibilità elastica, perché costituiti da un corpo solido e pieno. I loro movimenti sono in tutto e per tutto naturali, ma l’effetto creato dal disegno trasmette alle loro figure un effetto di pesantezza che riverbera in ogni fotogramma. Ad acuire queste sensazioni di straniamento durante la visione si aggiunge anche lascelta azzeccata dei suoni che questi esseri producono. Dimenticatevi il dolce rumore di passi sul selciato, l’incalzante percussione dei piedi durante una corsa, anche il semplice battito fra due mani scompare. Tutto viene abilmente rimpiazzato dallo stesso rumore che fa una grossa campana di vetro quando viene percossa: unsuono limpido ma inumano, che mai ci aspetteremmo di sentire provenire da una persona che sta camminando attraverso un corridoio. È questo livello di attenzione al dettaglio che stupisce lo spettatore e con una strizzatina d’occhio. 

 

 

  Per rigore di completezza, oltre alla visione della serie animata, la vostra Salamandra si è lasciata prendere dalla curiosità e ha recuperato per intero anche l’opera cartacea di partenza, trovandosi di fronte ad una dicotomia alquanto bizzarra. In molti casi la potenza espressiva di un fumetto si perde durante l’adattamento ad un mezzo diverso, ci sono atmosfere che sono difficili da trasferire con un livello di fedeltà accettabile. Per Hōseki no Kuni il problema è speculare. Raramente ci si trova di fronte a lavori con uno stile così spoglio e poco ben definito come in questo caso. Nonostante preferisca di gran lunga il consumo di pagine di carta rispetto ad un film, il sottoscritto si è trovato per la prima volta a fare i conti con la vittoria dell’animazione sulla china. 
  E che vittoria! I disegni delle due versioni possono benissimo essere ricondotti ad opere diverse, se gli si getta un’occhiata poco attenta. Lelinee scarne e incerte sulle pagine, i paesaggi essenziali e le figure umane un po’ sghembe non possono che reggere la candela di fronte alla superba maestosità dei dipinti pieni di particolari sullo schermo in movimento. Il diavolo e l’acquasanta in pratica.

  Un ultimo (ma non per importanza) accenno che mi sento di fare riguarda le OST, composte da Yoshiaki Fujisawa. Ragazzi, la colonna sonora di questo anime è qualcosa di celestiale, nel vero senso della parola. I toni limpidi del pianoforte accompagnati dal suono degli archi ci fa di immergere in questo mondo estraneo dalle superfici lisce e delicate, si percepisce tutta la fragilità interioreche contraddistingue i personaggi, in contrapposizione alla dura scorza che li ricopre. L’andante cambia nei momenti clou, dove la scena è dominata dall’affilato verso del cembalo, solitamente ritmato da percussioni e repentini colpi di sonagli, segnale dell’incombente pericolo. 

 

La mia reazione quando ho sentito per la prima volta la colonna sonora per intero.

 

  Se avete sempre schivato prodotti animati di questo tipo, soprattutto in seguito a brutte esperienze che lasciano il segno (ahimè, posso capirvi), considerate di riavvicinarvi allo stile della computer grafica attraverso un’opera come questa. Vi troverete davanti a un piccolo gioiello ricco di spunti di riflessione di vario tipo e difficoltà, capace di essereinterpretato su più livelli, e che può benissimo fare breccia anche nello spettatore dal cuore più duro e adamantino.

 

BONUS PARAGRAPH

  Ho volontariamente omesso tutte le speculazioni che mi sono ritrovato a fare sullasimbologia degli Tsukijine dei misteri che li avvolgono. Hanno il loro aspetto fisico individuale, con tanto di abiti, accessori e utensili, degli schieramenti che tengono quando scendono sulla Terra, che rispettano la loro eterogeneità definendo una gerarchia ben precisa; la stessa forma dei portaliche attraversano ammicca alla psicologia novecentesca. 
  Altra chicca che ho letteralmente adorato sono gli intermezzi di puntata. Essi mettono a disposizioneinformazioni tecniche molto analitiche delle diverse Gemme presentate nel corso della storia, quali formula chimica, sistema cristallino e durezza (classificata con la scala di Mohs), assieme ad un’immagine della pietra in questione. 

Una schiera di Tsukijin.
L’intermezzo di puntata con la scheda tecnica di Phosphophyllite.

 

 

 

 

 

 

 

A cura di Carlo Lucca, la Salamandra

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